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Karma police…

Era inevitabile. Infallibilità del Karma. Era un demone e non poteva che portare sofferenza. Non immaginavo così presto.
Anzi, credevo di essere io a condurre il gioco. Io ho creato il giocattolo, io lo controllo. No, invece no. Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo! Che idiota che sono! mi merito la tristezza di adesso, mi merito di sentirmi umiliata e triste! Cretina! Ora farò i conti con le cose della mia vita che ho trascurato, con tutto quello che ho posticipato, messo da parte, in cerca di una via di fuga. L’illusione più grande è quella di poter controllare il nostro demone cavalcandolo, seguendolo, stando fianco a fianco.
Il demone si sconfigge solo lottando con lui faccia a faccia. Sfidandolo apertamente, in campo aperto. Non si sconfigge con le mossettine, con i sotterfugi, con le strategie minori. Solo una grande battaglia. Questa è una buona cosa, da imparare. Solo che una parte di me gli sta augurando che vada male. Perversione. Demone. Idiota.
[...]
Continuo ad ascoltare musica nuova. anzi sto cercando musica che mi spieghi cosa sto provando. Sono in un angolo a guardare la festa. E’ tutto esagerato, sproporzionato, lo so. Oggi devo fare i conti con questa tristezza, con la mia sconfitta.
Non so se sono capace a fare i conti. Sono triste ed arrabbiata. e deprivata di qualcosa. Di un’illusione. a cui sono attaccatissima. questa roba è tutta mia, sono io che l’ho evocata e accudita. Non voglio disconoscerla sono perchè mi è passata sopra come una schiacciasassi…

Ieri ho ottenuto una piccola vittoria su me stessa.
Oggi l’ho un po’ vanificata!
Il demone è sempre lì in agguato, anzi oggi è tornato alla carica. Meno male che ieri ero riuscita a neutralizzarne almeno una parte. Altrimenti credo che oggi avrebbe veramente vinto su tutti i fronti. Sarei stata proprio fritta.
“Magari camminiamo”. Oddio. Protège moi.
Oggi è stata una giornata di lotta. Ieri di più. Domani di più ancora. Questa cosa c’è ancora nella mia vita. Ed è così attraente, ovviamente io non sono sicura di volerlo veramente sconfiggere, questo demone. O forse vorrei solo potermici abbandonare. Tra le sue braccia. L’altro titolo del post potrebbe essere where is my mind. Ho perso la ragione?
Ieri ho capito cosa sto rischiando. E so che non voglio veramente perdere niente di quello che ho. Voglio invece che ritorni a significare.

[...]

Il Daimoku mi rende più forte. Anche se continuo a sbagliare, anche se non riesco ancora a trasformare questa cosa nella mia vita, il Daimoku mi rende più forte.
Ogni giorno devo fare appello alla mia determinazione, ogni giorno devo ripromettermi di non lasciarmi tentare, di non lasciarmi andare.
Diventa difficile, la vita si complica. Maggio sarà un mese allucinante. Meno male che io avevo appena determinato di fare 2 ore al giorno di Daimoku. Dopo solo 4 giorni…booom! E’ esplosa la vita: scadenze impossibili, esami congruenti, date coincidenti. Mi importa di farcela, non importa come. E’ una grossa sfida. Praticamente tutto quello che avevo rimandato, che non riuscivo ad affrontare (non proprio tutto, ma si fa ancora in tempo ad aggiungere in corner qualcos’altro), si è concentrato nei prossimi 30 gg. Mi sembra di essere già stata in questa situazione. Non male, se non sbaglio l’ultima volta ne avevo tratto grandi soddisfazioni e benefici.
Boh, tutto chiaro, apparentemente. Basta non cedere ai demoni…

marzo 2009.
ho una crisi d’astinenza del mio giocattolo rotto. Mi manca terribilmente, ho intrapreso una vera e propria lotta con il mio cervello per deviare il pensiero ricorsivo. Non serve a niente pensare ad un giocattolo, in più rotto. Anche la fantasia provoca dipendenza. Questo lo sapevo, ma non avrei immaginato in tempi così rapidi. O forse la rapidità è proporzionale al bisogno?

[...]

28 marzo 2009
Ho passato una giornata piena di parole, persone, musica. Tornata a casa, ho davanti poche ore di sonno prima di ripartire per Firenze. Un’altra giornata piena, Daimoku, viaggio, amicizia da approfondire. Eppure, tornando a casa continuavo a pensare al mio giocattolo -ormai – rotto. O forse quasi rotto. O che comunque mi va bene anche da rotto. Si può giocare con i giocattoli rotti. I giocattoli rotti “giocano” ancora, altrochè. Va che sono stupida…Ora dovrei andare a dormire, ho anche una camomilla calda davanti, e continuo a pensare al mio giocattolo. E’ diventato un rifugio, anche “forzato”, ma comunque accogliente.

[...]

8 aprile 2009
Al momento non ho gli strumenti per comprendere cosa sto vivendo, come mi sento. Mi sento un po’ estraniata da me stessa, non mi capisco, non so cosa voglio. Il giocattolo che ho costruito è fuorviante, ma spesso è l’unico pensiero in grado di generare un guizzo di attenzione nella massa indistinta dei miei pensieri caotici.
Il giocattolo è rotto, il giocattolo funziona ancora. Il giocattolo è in stato comatoso, ma viene mantenuto in vita dalle macchine. Il giocattolo è uno zombie di avidità che mi assale nei sogni. Il giocattolo è positivo, un tramite per capire qualcosa di me che a quanto pare ancora non so. Oscillo, cerco interpretazioni comode. Mi aggrappo a qualsiasi cosa mi dia l’illusione di poter giocare senza correre rischi. Giocare al sicuro. Praticamente impossibile.

Ieri ho rotto il mio giocattolo. L’ho fatto in preda ad un impulso di saggezza/sincerità/adultità, perchè con quel giocattolo mi ero gingillata troppo a lungo nelle ultime settimane, e rischiava di diventare veramente pericoloso. Un bel gioco dura poco.
Sono sicura d’aver fatto bene. Stavo giocando con il fuoco, ma il fatto di non essermi bruciata non ha risparmiato umiliazione e, adesso, senso di vuoto.
Il giocattolo mi manca. L’avevo creato perchè ne avevo bisogno. Rispondeva ad un desiderio profondo, sul quale avevo modellato il giocattolo. E ora sono qui, con i pezzi rotti. Pezzi del giocattolo ma anche pezzi di me. E un inevitabile senso di vuoto. Sono sensibile alle dipendenze. Me ne creo, si auto-alimentano. Oggi sono stata un po’ triste un po’ sull’incazzoso andante. Poi stasera ho avuto la conferma che il giocattolo ormai è rotto. Vorrei tentare di rianimarlo, di ricomporlo, mi accorgo di quanto il gioco fosse necessario. Non era tanto per giocare, non era per noia, ne avevo bisogno sul serio. Mi manca. Cerco quiete e silenzio per poterlo ricostruire. Fortunatamente la mia vita è più saggia di me, e ormai il giocattolo è rotto.

Oggi ho realizzato (che genio, eh?) che il punto centrale, attorno a cui ruota la mia vita emotivo-intellettual-sentimentale degli ultimi due mesi, assomiglia – in quanto a dinamiche e contenuti – alla trama scipita di un qualche telefilm sulle casalinghe di Park Avenue o giù di lì. Meno male che abito in un posto ben lontano da assomigliare a Park Avenue, e che non faccio la casalinga, altrimenti dovrei veramente fare una seria riflessione sull’euristica delle fiction o sul loro effetto pervasivo-specchiante.
Praticamente ho l’intelligenza emotiva e la padronanza della mia mente degna di una protagonista di Desperate Housewives, sì, ma de noantri! Sono stupita, continuo ad restare allibita dagli abissi che riesce a raggiungere la mia idiozia quotidiana, tutti i giorni. Eppure il gioco continua. Sta quasi diventando un gioco al massacro (della mia autostima). Cosa DIAVOLO sto facendo? Potenza della frustrazione, desiderio di evasione, precoce crisi di mezza età? Inutile cercare di aggrapparsi a qualche fantasia vagamente simile, ma nobilitante (v. Bella di giorno). La trama, i personaggi, le scene, sono tutte da telefilm scarso. Oddio, devo fare qualcosa per la mia immaginazione! Urge un refresh dei topoi!

E’ da qualche giorno (settimana?) che faccio sogni strani. Che poi non riesco a decifrare nemmeno appena sveglia, e che si decolorano inesorabilmente durante la mattinata.
Tendenzialmente sogno mia madre, nelle situazioni più strane e surreali, alle quali aggiungo una serie numerosa di persone e personaggi, cambi di ambiente e di atmosfera, bah…un gran casino.
Però oggi mi sa che il tema di uno di questi sogni si è ripresentato. Cioè ho già sognato che mia madre mi dice che mio padre è morto. Morti diverse, motivi diversi. Però la costante è il dolore che sento, la tristezza e la pena. Che strano, le parti invertite. Io che provo tenerezza per mio padre (non è una novità, è almeno un anno che posso dire di sentire cose simili). Lei che è viva e vegeta, e fa cose strane (tipo comprarsi un vibratore?).

Tempo fa, studiando per un concorso nuovamente materie “aliene” rispetto alle mie solite, e scoprendo come al solito una parte di me che ben si adattava, che in qualche modo si riconosceva anche in quelle materie, mi ricordo di aver pensato: “forse in un’altra vita ero un’amministratrice pubblica”. Che tristezza, questa non l’avevo mai pensata. Quindi “l’amministratrice pubblica” sarebbe un mio modello inconscio ? Una specie di compromesso con la familiarità degli impieghi pubblici ? E quando mai lavorare in un ente pubblico sarebbe stato un mio desiderio ?

Cerco di ricordare le immagini di me adulta che avevo da bambina. Non trovo niente o quasi. Accidenti.
Proiezioni e sogni. Non ricordo di aver pensato assiduamente a “cosa farò da grande”. Magari è solo un difetto di memoria, magari come tutte le bambine avrò cambiato idea 1000 volte. Sta di fatto che non mi ricordo di aver coltivato particolari sogni, nè che il “da grande farò…” fosse un mio pensiero ricorrente o oggetto di conversazione con le amichette.

Questa cosa, pur banale, ora mi colpisce in pieno viso come la stessa mancanza di visionarietà di cui risento oggi.
Io, che mi perdo fin troppo nelle fantasticherie, che per anni non ho quasi saputo distinguere tra la realtà esterna e mondo interno, che spesso mi barrico (vedi il mio attaccamento ai telefilm come sostituti di vita reale) dentro tutti i placebo, le simulazioni, le idealizzazioni che riesco a trovare…mi viene in mente che proprio questo è perchè non ho mai saputo identificare e circoscrivere i miei sogni.
Così viene fuori un pasticcio…Solo fantasie, immagini sporadiche, suggestioni momentanee…
Perchè tanto mi andava bene tutto, tanto ero brava in tutto, tanto più o meno mi adattavo e mi facevo piacere tutto.
Come adesso, che appena mi metto a studiare qualcosa penso “mmm…mica male. Forse potrei…”
“Forse potrei..”? Certo che potrei…ma poi alla fine non faccio nulla.

Mancanza di idee precise e incapacità di coltivare visionarietà e progettualità vera per il futuro, credo che questa sia una mia caratteristica da sempre.

Vado ancora più oltre: non è solo mia. Cioè, anche le mie sorelle sono così.
Eravamo, siamo sempre state, le più brave a scuola. Talentuose (chi più chi meno), carine, brave in tutto o quasi.
Mi viene in mente quando qualche mese fa sorella e cugina si sono rimbalzate a vicenda la sensazione di essersi sempre guardate reciprocamente un po’ in cagnesco, perchè: “per mia nonna voi eravate sempre più brave di noi” “mia nonna diceva che lo eravate voi“.
Cioè noi eravamo sempre portate in palmo di mano: intelligenti, diligenti, magari pure devote. Tutto solo davanti agli altri. Dietro, nei nostri confronti, ogni piccolo errore, ogni sbavatura erano sottolineati. L’eccellenza un dovere.
A distanza di anni, io guardavo la mia splendida sorella e la mia cugina carina. E’ vero che mia sorella era più brava. Ma è vero che mia cugina è quella che è andata più lontano. Letteralmente, ha fatto tutto con una marcia in più.

E noi siamo tutte così! Tra le 3, nessuna di noi si può dire che abbia messo a frutto le proprie capacità e abbia cavato un ragno dal buco. Ma come, proprio noi, a detta di tutti “le più brave”, alla fine ci ritroviamo tutte e tre con un pugno di mosche in mano ? E’ ovvio, l’intelligenza non basta, le capacità senza una piattaforma di autostima e libertà non servono a niente. Non è una gran scoperta, la mia. Ma ora mi sembra così reale…ora che il tempo sta passando e che tutte abbiamo raggiunto un’età un po’ critica, dove è possibile fare un bilancio se non altro di quello che si è combinato nella prima giovinezza…

Sono contenta di poter riflettere su queste cose. Mi sembra sia necessario, per riuscire a tener salda la mia bigger picture.

Ok, cosa volevo fare da grande ?

Mi ricordo solo che per un certo periodo volevo diventare un’anatomo-patologa, come Quincy.
Sono passati quasi 30 anni, e quello che ho in mente ora, il sogno a cui devo imparare a tener fede, è praticamente lo stesso (solo penso ai vivi e non ai morti, il che mi sembra un progresso !).

Mi sembra pazzesco. Il mio sogno è sempre lo stesso, da trent’anni a sta parte, alla facciazza mia e della mia incapacità di tenergli fede.

Start Fresh !

Il titolo aspetta da tempo. Ora l’anno è cominciato ma io non ho ancora raccolto le idee. Anzi, in un certo senso in questi primi giorni tra ozio e vizi mi sa che le poche idee che avevo le ho un po’ disperse. Continuo a guardare telefilm, la droga dell’anno. Questa volta sono incistata su una serie veramente idiota, protagonista una famigliona americana, con tutti i cliché e le ipocrisie del caso, anzi peggio. La famiglia Bradford al confronto aveva una sceneggiatura progressista e illuminata. Eppure sono incollata al torrent che scarica gli episodi e mi precipito a vedere ogni puntata scaricata. Perchè mi rappresenta, e questo è ancora più che triste.
Sono passata dal telefilm con la ragazza tormentata a quello della grande famiglia incasinata. Forse almeno in questo posso cogliere un’evoluzione (perchè il processo in sè in realtà è sostanzialmente involutivo, senza dubbio). Il passaggio mi rappresenta. In questi mesi ho avuto la sensazione di occuparmi diversamente della mia famiglia, di metterci qualcosa di diverso dal semplice smazzare il main problem della mia vita nel migliore dei modi possibili. E ora sfogo nella visione di questo telefilm le frustrazioni, i desideri inespressi etc. etc. in primis nei confronti della famiglia, della mia idea di famiglia. Senza parlare dell’argomento “lavoro” [omissis]…
Vorrei veramente cominciare da capo, considerare questo anno in maniera diversa, fresca, costruttiva.
Troppi bagagli, al momento ho ancora tutti bagagli dell’anno scorso, in parte disfatti, molti ancora da disfare. Quindi difficile essere fresh
Spero veramente questo sia il motto dell’anno !

Low back pain…

Sono rimasta bloccata. In concreto – il colpo della strega, intendo – forse è la 2 o 3 volta che mi viene. In senso figurato e simbolico, non mi stupisce. Arrivo da una settimana di fatica, impegno, stanchezza, sogni strani e confusi, testa incasinata…E questo dolore mi ricorda mia madre, la prima volta lo ebbi per sorreggere lei. Evviva. Dead mum.
E’ così che sto passando il mio primo pomeriggio “libero” del mio nuovo orario di lavoro part-time. Niente mi è meno sembrata una coincidenza.

[...]

Al secondo giorno di immobilità forzata scopro che era proprio di questo che avevo bisogno. Cioè, non del mal di schiena, certo, ma dello stare a letto immobilizzata. E’ una situazione che non vivevo da tempo: ozio e immobilità forzata. E mi sembra stia funzionando, mi sembra che mi aiuti a mettere a posto le cose che ho in testa, tanto più in questo momento di cambiamento.
Ho finalmente preso una decisione per quanto riguarda il lavoro, ho finito di pagare l’analisi (di questo dovrei scrivere a parte…), è iniziato un nuovo anno, il che non significa nulla, se non che è “ufficialmente” archiviato il 2008, uno degli anni più difficili della mia vita (insieme al 2004 e 2005, giusto per non alimentare la superstizione degli anni bisestili…).
Eppure, con l’inizio di questo 2009 mi sento così grata nei confronti della mia vita, così fortunata!
Sun is shining ! Mi sembra di poter raccogliere con mano, nelle cose concrete della mia, frutti e doni insperati.
Buone notizie, bei gesti inaspettati.
Il divorzio di mia sorella che va proprio come voleva lei. Ex-colleghi che empatizzano e mi salutano con affetto. Oggi la notizia che ho superato le preselezioni per i 2 concorsi impossibili che ho provato a fare alla fine dell’anno…Tante piccole e grandi cose. Concrete e meno. Sono grata alla mia vita perchè nell’avere una buona notizia come quella del superamento delle prove di ammissione, ho pensato subito di dirlo a mio padre. Non è la cosa pratica, ma il moto affettivo che ha accompagnato il pensiero. Straordinario, se penso a dove sono partita. E mia sorella che cerca per me una casa in campagna. L’emozione della vicinanza di nuove amiche. Sono veramente grata alla mia vita. E anche a questo mal di schiena che mi ha permesso di riflettere e capire meglio.

E’ andata…

Anche quest’anno è andata. Sono sopravvissuta, come sempre. E forse non è andata neanche troppo male, date le pessime premesse. Cioè, è sempre difficile. Da quando non c’è più la mamma è tutto come artificiale. Si regge in piedi per miracolo. Poi alla fine regge. Forse ogni anno migliora in stabilità. Ma non si può dire che sia agile, o sereno, o gioioso.
Io non sono mai rilassata. Questo senz’altro dipende da me (in effetti, quando mai sono rilassata, veramente, con qualcuno ?) Faccio del mio meglio, mi sembra che ce la caviamo, ma c’è un refolo di dubbio e insoddisfazione, di perplessità e timori, che mi accompagna.
Non mi guasto più le feste da sola, questo no, ma non si può dire che siano le mie feste.
Innanzitutto non sono a casa mia. Ma non sarò mai a casa mia (se non quando avrò un’ipotetica prole da gestire). Insomma, se vengo qui sono sempre a casa di mio padre, e in realtà non aspiro ad avere una casa mia. Non qui.
Quindi Natale sarà sempre così, una convenzione da rispettare. Giorni in cui avere pazienza, tollerare, cercare di accogliere e semmai trattenere. Un’occasione per scambiarsi i regali, vedersi, mangiare. Ma non significa molto.
Io sto cercando la mia casa, quella in cui non c’è bisogno del Natale per stare insieme, sbattersi, ospitare, invitare, mangiare, etc. Una casa i cui membri si sentano accolti e non debbano nascondere niente (ieri il fatto che mia sorella avesse divorziato non è stato nemmeno nominato. Mi è venuto il ragionevole dubbio che mio padre manco lo sappia). Una casa in cui stare seduti, avere semplicemente voglia di stare insieme, di parlare e raccontarsi, è la cosa più naturale del mondo. Sì, senz’altro le cose calde e buone le devo ancora creare, nella mia vita. Qualcosa c’è ma il più è da fare.
Oggi sono un po’ impaziente (ed è solo l’alba del 2 giorno!). Mi sembra anacronistico per me stare qui, a scrivere nella mia stanzetta. Un’autoreclusione necessaria per avere un minimo di privacy. Fuori dalla stanza c’è mio padre, con il quale devo continuamente fare appello alla mia pazienza, spesso mordermi la lingua o decrittare richieste più o meno simboliche di cose che io ad essere onesta non ho proprio tutta questa voglia di dare (e soprattutto devo dosare la sua presenza, visto che starò qui ancora 3 giorni).
Se penso a tutte le cose che potrei fare a casa mia. Vabbè, meglio non pensarci, perchè mi rendo conto di aver voglia di incazzarmi o quantomeno di lamentarmi. Invece ho fatto 30, ho recitato, ho cercato di avere la mente pulita proprio perchè ci fossero delle giornate lievi. Per ora è andata bene, non voglio lamentarmi e non voglio tirarmi addosso qualche mondo basso. Parlo in buddese perchè veramente credo che le risposte decenti a queste situazioni siano solo personali, specchio della mente, semmai qualcosa di mistico. In realtà avrei anche voglia di fare Daimoku, ma lui non accenna ad uscire, e non voglio farlo sottovoce e di nascosto.
Credo che se verrà da queste parti (è lì che incubeggia, in realtà gli dà fastidio che io stia qui nella mia stanza, vorrebbe forse ricominciare a cucinare…?) dirò che sto lavorando. E’ questo che mi dà fastidio, è questo che è anacronistico. Ma questa è veramente casa sua. e io sono un’ospite, che è gradita per compagnia e aiuto.
Comunque, non posso lamentarmi. E’ andata molto bene, e voglio pensare che un po’ sia anche merito mio, perchè negli ultimi giorni avevo recitato sinceramente, e fisicamente ho fatto tutto quello che ho potuto. Forse sono anche stanca per questo.

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