marzo 2009.
ho una crisi d’astinenza del mio giocattolo rotto. Mi manca terribilmente, ho intrapreso una vera e propria lotta con il mio cervello per deviare il pensiero ricorsivo. Non serve a niente pensare ad un giocattolo, in più rotto. Anche la fantasia provoca dipendenza. Questo lo sapevo, ma non avrei immaginato in tempi così rapidi. O forse la rapidità è proporzionale al bisogno?
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28 marzo 2009
Ho passato una giornata piena di parole, persone, musica. Tornata a casa, ho davanti poche ore di sonno prima di ripartire per Firenze. Un’altra giornata piena, Daimoku, viaggio, amicizia da approfondire. Eppure, tornando a casa continuavo a pensare al mio giocattolo -ormai – rotto. O forse quasi rotto. O che comunque mi va bene anche da rotto. Si può giocare con i giocattoli rotti. I giocattoli rotti “giocano” ancora, altrochè. Va che sono stupida…Ora dovrei andare a dormire, ho anche una camomilla calda davanti, e continuo a pensare al mio giocattolo. E’ diventato un rifugio, anche “forzato”, ma comunque accogliente.
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8 aprile 2009
Al momento non ho gli strumenti per comprendere cosa sto vivendo, come mi sento. Mi sento un po’ estraniata da me stessa, non mi capisco, non so cosa voglio. Il giocattolo che ho costruito è fuorviante, ma spesso è l’unico pensiero in grado di generare un guizzo di attenzione nella massa indistinta dei miei pensieri caotici.
Il giocattolo è rotto, il giocattolo funziona ancora. Il giocattolo è in stato comatoso, ma viene mantenuto in vita dalle macchine. Il giocattolo è uno zombie di avidità che mi assale nei sogni. Il giocattolo è positivo, un tramite per capire qualcosa di me che a quanto pare ancora non so. Oscillo, cerco interpretazioni comode. Mi aggrappo a qualsiasi cosa mi dia l’illusione di poter giocare senza correre rischi. Giocare al sicuro. Praticamente impossibile.
