Ok, ora dovrei lavorare.
Smetterla di guardare telefilm e pensare a lavorare, cioè almeno a guardare con attenzione che cos’è quella cosa indefinita e inconsistente che faccio (o dovrei fare) al mattino.
Sono ancora in sospensione, quello stato di indeterminatezza che mi sento addosso da qualche settimana. Conseguente agli eventi. Pazienza. Lo Shiv’ah sta durando più del necessario.
Ma non riesco a riprendere il filo della mia vita. E mi stupisco delle cose che vanno avanti, che non sono rimaste in sospeso insieme a me. La vita va avanti. Le persone fanno cose, cantano e suonano, partoriscono persino. Io vorrei solo guardare telefilm. Il mio Shiv’ah non è finito.
Musi mi manca. Sono qui in casa, al mattino, e lui non c’è più. Nessun rito, abitudine, niente di tutto quello che per anni abbiamo fatto insieme è più possibile. Lui non c’è, non posso – chessò – passare ad abbracciarlo e sbaciucchiarlo un po’ tra una pipì e l’altra. Oppure anche se c’è il sole, lui non verrà a sdraiarsi pancia all’aria, invitante di coccole.
E’ una bella giornata, e non posso condividerla con lui. Che peccato, proprio quest’anno che posso passare più tempo a casa. Non abbiamo più avuto tempo.
Non avere più tempo. A volte succede. Quando le persone muoiono o quando ci sono le grosse cesure della vita, i grossi cambiamenti, poi si scopre che per una cosa o per un altra, semplicemente, non c’è più tempo.
